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L’università pubblica rischia di scomparire
Lavoro all’università. Molti, anche a Chiusi, mi chiedono che cosa sta succedendo e perchè i corsi non sono ancora iniziati. Il discorso è complicato. I professori universitari veri e propri (ordinari e associati) chiamati per legge a svolgere la didattica non sono più sufficienti. Di norma hanno un carico-didattica di due corsi all’anno che difficilmente può essere aumentato. Vi sono poi i ricercatori che per legge “possono”, ma non sono obbligati, a svolgere attività didattica. Da qualche anno tengono corsi anche esperti della materia non di ruolo, i cosiddetti docenti a contratto.
L’innesco della crisi è stata determinata dai ricercatori, il cui ruolo, nella riforma universitaria in discussione, è cancellato. Quello dei ricercatori diventa un ruolo ad esaurimento. Da qui il rifiuto di assumere impegni didattici. Una soluzione all’italiana sembrava a portata di mano: i ricercatori si impegnavano di nuovo nei corsi in cambio di un aumento salariale. La soluzione è stata però bloccata dal ministro del Tesoro. La legge Gelmini, già molto criticata per altri aspetti, sarà discussa (forse) a gennaio. Cosa succederà dunque nei prossimi giorni? Difficile prevederlo.
La mia personale sensazione è che comunque l’orchestrina suoni imperterrita la stessa musica senza che nessuno si preoccupi che il Titanic stia per affondare. Nell’arco di dieci anni l’attuale personale docente sarà quasi tutto in pensione e la sostituzione è quasi inesistente. La legge Gelmini prevede altri meccanismi di reclutamento, ma ci vorrà molto tempo prima che sia a regime (ammesso che venga approvata). E’ l’università pubblica che rischia di scomparire. Nel frattempo si stanno riconoscendo molte università private. Un’istituzione che è stata sostanzialmente pubblica diventerà privata? Con quali garanzie per le famiglie a basso reddito?
Di fronte a questo disastro forse è venuto il momento di ripensare tutto. Stiamo vivendo la cosiddetta terza rivoluzione industriale, cerchiamo di capire come ne potrebbe essere investita la formazione universitaria e post secondaria in generale. In questo nuovo corso le realtà periferiche come la nostra (dal punto di vista della ricerca e dell’innovazione) dovranno invece rivendicare un ruolo.
Stampa l'articolo | Questo articolo è stato pubblicato da Paolo Scattoni il 15 ottobre 2010 alle 13:59, ed è archiviato come CRONACA, SCUOLA. Puoi seguire i commenti a questo post attraverso RSS 2.0. Sia i commenti sia i ping sono disattivati. |
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circa 14 anni fa
E’ difficile dire quando tutto questo è iniziato. Ci sono molte scuole di pensiero.
Certo è che l’università italiana non è migliore della società in cui opera. Troppo spesso i meccanismi di selezione dei docenti e dei ricercatori non favoriscono i migliori e così l’istituzione perde di credibilità ed efficienza.
circa 14 anni fa
forse c’era stato qualcosa anche prima ma a memoria mia la liquidazione delle università pubbliche iniziò nel 1990 con la legge Ruberti che scatenò il movimento noto come la pantera con mesi di occupazioni nelle università.
tutta la scuola in genere non stà meglio dell’università si pensi alla riforma che dal prossimo anno produrrà nelle scuole elementari classi di trenta bambini dove chi rimane indietro per forza di cosa sarà abbandonato al proprio destino spingendo chi ha risorse verso le scuole private e chi non può sarà carne da macello.
uno stato che non investe nella ricerca e nell’istruzione dei propri figli verrebbbe da dire che ha brutte prospettive, ma credo che non si debba parlare più di prospettive perchè il futuro è già arrivato e la realtà è di fronte ai nostri occhi, siamo però diventati tutti più nazionalisti e quindi sentiamo nei mezzi di comunicazione difendere a denti stretti uno stato che fa acqua da tutte le parti, i commenti sulla serata di genova per la partita con la serbia sono lì a dimostrarlo.